Cancro al seno e prevenzione

Colpisce una donna su 8 ed è il tumore femminile più frequente con un'incidenza pari al 29%. Stiamo parlando del carcinoma mammario. Può essere invasivo o non invasivo (in situ) e la sua evoluzione contempla quattro stadi. Le possibilità di guarigione sono molte alte se diagnosticato nella sua fase iniziale tramite mammografia o ecografia mammaria. Fondamentale, oltre alla prevenzione, prestare la massima attenzione ai principali fattori di rischio: mutazioni di geni del DNA a trasmissione familiare, gravidanza tardiva o nessuna gravidanza, non aver allattato al seno, sviluppo mestruale precoce e una menopausa tardiva, oltre al mantenimento di corretti stili di vita. 

Abbiamo chiesto al Dott. Gianluca Fogazzi, medico oncologo dell’Istituto Clinico S. Anna - dove da molti anni è attiva la Breast Unit, un’unità specialistica multifunzionale che si è fregiata, nel 2015, della prestigiosa certificazione di qualità Eusoma (European Society of Breast Cancer Specialists) - qual è la sua esperienza rispetto alla salute nell’universo femminile? 

“Il nostro contatto con le pazienti verte sulla patologia mammaria per il 60-70% dei casi. Le considerazioni, pertanto, derivano per lo più da questo tipo di approccio alla popolazione femminile anche perché il tumore mammario ha delle peculiarità che altre patologie non hanno. Sta divenendo sempre più strutturata e definita, per esempio, una presa in carico della paziente a 360°, con un approccio multidisciplinare, ed un’assistenza alle cure post-tumore per cui è opportuno orientare ogni donna nella sequela di esami di controllo a cui devono sottoporsi periodicamente”.

Quali precauzioni è bene prendere per le donne in terapia?

“È fondamentale saper gestire al meglio tutte le varie tossicità derivanti dai trattamenti per scongiurare eventuali effetti collaterali a lungo termine, così come, nelle donne più giovani, assisterle qualora desiderino intraprendere una gravidanza dopo la diagnosi di tumore. Ma non solo. Un altro aspetto che non è limitato come si crede è la valutazione delle pazienti ad alto rischio per sindromi eredo-familiari: donne, per intenderci, nella maggior parte dei casi con BRCA mutato”.

Quali sono le accortezze a cui le donne dovrebbero attenersi in chiave di prevenzione? 

“Per rispondere a questa domanda è opportuno fare una distinzione: ci sono donne con rischio ‘normale’ e pazienti che possono averne uno ‘aumentato’ a causa di fattori familiari predisponenti. Nel primo caso, per coloro al di sotto dei 40 anni, non ci sono esami particolari a cui sottoporsi anche se sta diventando un argomento dibattuto l’ampliamento del campione di donne che dovrebbe essere sottoposto a screening. Ad oggi, infatti, nella nostra Regione, l’invito è rivolto alle 50enni ma verosimilmente si arriverà ad un’età più vicina ai 45 anni. Va specificato, comunque, che chiunque dovesse rilevare all’autopalpazione un nodulo, non deve mai sottovalutarlo ma al contrario informare il proprio medico di riferimento per concordare un eventuale controllo eco-mammografico”. 

Quale protocollo viene generalmente seguito per le pazienti che hanno familiarità con il tumore mammario? 

“Tra le donne che hanno familiarità con il tumore mammario va fatta una distinzione: c’è chi, infatti, ha una familiarità, quindi una ricorrenza, senza necessariamente avere una predisposizione genetica alle spalle, e chi invece presenta un fattore di rischio acclarato. Fino a poco tempo fa, numerose erano le donne che non sapevano in quali di queste due situazioni si trovavano perché i test erano molto rari e riservati a condizioni molto particolari. Oggi, invece, complice l’avvento dei team multidisciplinari, quando ci sono i fattori indicati dalle linee guida si tende a proporre una consulenza genetica e un eventuale test. Ciò significa che anche i familiari di queste pazienti che risultano con mutazioni vengono presi in carico per sottoporsi ai controlli al fine di escludere mutazioni genetiche alla base”.

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