A cosa servono ricerca e medicina di genere?

La medicina, fin dalle sue origini, ha avuto un’impostazione androcentrica relegando gli interessi per la salute femminile ai soli aspetti specifici correlati alla riproduzione. Dagli anni Novanta in poi, invece, la medicina tradizionale ha subito una profonda evoluzione attraverso un approccio innovativo mirato a studiare l’impatto del genere e di tutte le variabili che lo caratterizzano (biologiche, ambientali, culturali e socio-economiche) sulla fisiologia, sulla fisiopatologia e sulle caratteristiche cliniche delle malattie. In medicina, quindi, nella sperimentazione farmacologica e nella ricerca scientifica, il tema delle “differenze di genere” è storia recentissima. 

Abbiamo chiesto al Dott. Roberto Garbelli, Responsabile dell’U.O. di Ostetricia e Ginecologia dell’Istituto Clinico S. Anna, che cosa si intende quando si parla di la Medicina di Genere. “Negli ultimi vent’anni - ci ha spiegato - la Medicina di Genere ha suscitato un interesse crescente anche se non è sempre ben compresa nel suo reale significato. Medicina di genere, infatti, non vuol dire porre l’attenzione sulle patologie che incidono più frequentemente nella donna, sulle patologie dell’apparato riproduttivo o sulla salute della donna in generale. 

Medicina di genere significa, piuttosto, comprendere in che modo le malattie di tutti gli organi e sistemi si manifestino nei due generi rispetto ai sintomi, ai percorsi diagnostici, alle differenze nella risposta ai farmaci o, addirittura, alla necessità di utilizzare farmaci diversi. Grazie a questo approccio si studia l’influenza del sesso e del genere sulla fisiologia, sulla fisiopatologia e sulla patologia umana. Medicina di genere significa promuovere la ricerca di genere e attuare politiche di genere. Solo in questo modo, del resto, è possibile garantire ad ogni individuo, maschio o femmina, l’appropriatezza terapeutica, rafforzando ulteriormente il concetto di “centralità del paziente” e di “personalizzazione delle terapie”.

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